Si può essere soli in due
Banana Yoshimoto – Chie-chan e io
Un romanzo leggero, da leggere per divertimento, così descritto dalla stessa autrice. Chie-chan e io si rivela invece un romanzo che non tutti siamo abituati a leggere ed avere tra le mani. Un’opera sulla normalità, su una routine fatta di persone, gesti, emozioni, che ripetendosi ogni giorno con la stessa intensità finiscono per diventare l’unica realtà felice di Kaori, quarantenne protagonista del romanzo. La storia ruota intorno alla strana convivenza tra una donna di mezza età amante dell’Italia e una sua cucina, tanto eccentrica quanto indispensabile. Un viaggio all’interno degli stessi concetti di altruismo e egoismo, un mantra che ci insegna a “seguire la corrente”, senza uscire mai dai nostri soliti binari, senza abbandonare la felicità. L’autrice, parlando per bocca di Kaori, ci insegna a non aver paura dei cambiamenti, ma ad assecondarli, cercando di trarne fuori il meglio.
Un delle opere a mio avviso più matura dell’amata scrittrice giapponese, innamorata del nostro paese tanto da dedicargli quasi un intero romanzo. Banana Yoshimoto si pone come di fronte ad una donna, in un’intervista interiore che porta alla luce gli aspetti oscuri che tutti provano ma che nessuno ha mai tentato di spiegare, o rappresentare apertamente.
Una profonda conoscenza dell’animo femminile affiora, senza rendercene conto comincimo a farne parte, iniziamo a riconoscere nei gesti quotidiani e precisi di Chie-chan, quasi maniacali, quelle piccole gioie che ognuno di noi si concede durante il giorno, così simili a vizi, dipendenze inconsapevoli. Capiamo che quei gesti raccontano di noi, ci descrivono meglio di ogni altra cosa, e una volta che li abbiamo accettati, li riconosciamo per quello che sono, la nostra essenza.
«Ammesso che ci siano cose uguali, esistono dentro di noi, non nel mondo esterno. Con questo non sto cercando di esaltare la grandezza della natura. Non solo la natura, anche tutte le altre cose di volta in volta sono un po' diverse, ma per l'uomo è tutto troppo grande, la vastità gli fa paura, e allora, tende, per sentirsi più sicuro, a irrigidire tutto negli schemi di ciò che conosce.»